Benedetta Cibrario, con Lo Scurnuso, edito da Feltrinelli, è una dei tre finalisti del Premio Letterario Nazionale Tropea, appuntamento clou del TropeaFestival Leggere&Scrivere Leggere&Scrivere, che si terrà nelle serate dei 15 e 16 dicembre.

 
La scrittrice, che si è aggiudicata il Premio Campiello nel 2008 con il romanzo “Rossovermiglio” si conferma, ancora una volta, autrice di successo con il suo ultimo romanzo, che ha affascinato la giuria del Premio Tropea. Attenta alle innovazioni ma straordinariamente sensibile al valore della memoria e della tradizione, si racconta in anteprima al TropeaFestival Leggere&Scrivere.

 

Il fil rouge del suo ultimo romanzo, Lo scurnuso, è la tradizione, radicata e presente in ogni pagina. Cosa pensa della modernità che spesso appiattisce il folklore e la memoria?

 

La modernità è un grande valore, è il futuro, è la capacità dell’essere umano di reinventarsi continuamente, in ogni ambito. La modernità non ignora la tradizione, la storia, ma semplicemente la ripensa, propone passi avanti indispensabili. Tutto ciò che è moderno e contemporaneo lo è in relazione ad un passato con cui bisogna comunque dialogare. La modernità non appiattisce né calpesta la memoria. Guarda avanti.

 

Pensa che la novità dell’ebook, che il nostro festival ha adottato per primo, “istituzionalizzando” la lettura digitale, possa portare alla scomparsa del libro, uno dei più importanti beni artistici?

 

Il libro stampato è un mezzo, anche se è un mezzo che ci è caro, a cui siamo affezionati, che ci piace tenere in mano, annusare, sfogliare, sottolineare. Non possiamo far finta che le invenzioni tecnologiche non modificheranno il mondo che abbiamo attorno. Rivoluzioni analoghe sono già accadute: quando Gutenberg inventò la stampa, ci fu chi la definì un’invenzione senza futuro. Ai suoi contemporanei sembrava impossibile che si potessero fare i libri in modo tanto diverso e rivoluzionario. I balzi in avanti della tecnologia cambiano le società e influenzano profondamente le civiltà. Tornando all’esempio di Gutenberg, l’invenzione della stampa e la maggior diffusione dei libri ha avuto un ruolo centrale nel Rinascimento. Credo che potremo aspettarci che l’avvento dell’ebook modificherà l’accessibilità all’oggetto libro, di qualunque tipo di libro si tratti. E probabilmente modificherà anche il modo in cui i libri sono pensati e messi in opera. Sarà interessante stare ad osservare.

 

Ne Lo scurnuso, come in Sotto cieli noncuranti, la sofferenza viene rappresentata e archiviata dagli oggetti (in uno la neve, nell’altro la statuetta del presepe) che attraversano spazi e tempi, addirittura secoli. È vero quindi che gli oggetti custodiscono e raccontano le storie, anche quando questa sfugge di mano ai personaggi?

 

Lo scurnuso è la storia di due artisti, di un vecchio scultore e del giovane apprendista che lo ritrae, del rapporto che si crea tra di loro. Questa relazione tra di loro è rappresentata da un oggetto concreto, una scultura. Nel tempo, nei secoli, quello che permane di quella relazione umana è un semplice manufatto, che continua però a muoversi tra gli uomini. Che continua a suscitare emozioni, che innesca relazioni tra coloro che ne vengono in possesso. L’arte si tramanda nel tempo e racconta sempre qualcosa, che sia la storia di un pensiero, di una visione del mondo, o di chi l’ha prodotta e perché, di chi l’ha custodita o tramandata o perfino alterata o danneggiata.

 

Com’ è nata l’idea di ambientare il romanzo a Napoli e rispolverare questa tradizione antichissima e oggi forse un po’ dimenticata? La città partenopea è per lei una scoperta o un nuovo amore come Torino e la Toscana che Le hanno offerto l’ambientazione dei precedenti romanzi?

 

I grandi artisti che hanno lavorato nel Settecento, l’epoca d’oro del presepe napoletano, hanno firmato raramente le loro opere. Sono stata affascinata dal lavoro e dall’umiltà di questi scultori che si sentivano semplici artigiani e che ci hanno dato veri capolavori. Basta andare alla Certosa di San Martino a Napoli, c’è un presepe meraviglioso. La Natività è solo uno dei temi del presepe napoletano, intorno a cui si allestisce lo  spettacolo della città stessa, con le sue botteghe, le osterie, gli ambulanti. Il presepe diventa la riproduzione fedele della vita quotidiana, diventa teatro, racconto. Quanto a Napoli, per me è una memoria. La mia famiglia è per metà napoletana.

 

I Suoi romanzi sembrano svolgersi all’insegna dell’imprevisto, spesso doloroso e senza un fine comprensibile. Anche Sebastiano, il bambino del suo ultimo romanzo vive sotto questi cieli noncuranti, senza un dio. La sensazione di indifferenza divina del romanzo non contrasta con la tradizione cristiana del presepe? È stato un paradosso da Lei cercato?

 

Lo scurnuso è un romanzo profondamente laico anche se parla di scultori del presepe napoletano; ma laico non significa che non vi sia una dimensione spirituale. Davanti al dolore o alla morte, i credenti si interrogano quanto i laici. E possono dubitare o vacillare nella fede. La noncuranza, l’indifferenza, l’esistenza o l’assenza di Dio, l’imperscrutabilità delle sue ragioni: sono domande universali che ci facciamo tutti.

 

Perché proprio lo scurnuso e non un’altra statua? È una sua scelta precisa quella di sottolineare il sentimento dell’inadeguatezza in un tempo costantemente definito “senza vergogna”?

 

Lo scurnuso è Tommaso, un pastoraio napoletano del Settecento e viene chiamato così perché è un uomo che “si mette vergogna per come è diventato”. Sente vacillare la sua dignità di uomo e di artigiano. Questo sentimento di frustrazione e dolore è così forte che, quando il giovane  Sebastiano, scultore anche lui, vorrà ritrarlo, non può che rappresentare ciò che vede di Tommaso. E quel che vede è, appunto, lo scuorno. Un senso di inadeguatezza e di vergogna dolorosa.

 

Lei ha vinto alcuni premi con i suoi romanzi. Cosa pensa di questo festival? Perché crede che la giuria sia stata affascinata dal suo libro al punto da dichiararLa tra i finalisti?

 

Sono molto contenta di essere tra i finalisti e sono contenta che Lo Scurnuso sia piaciuto. È un romanzo in cui personaggi molto diversi vivono con intensità le loro scelte.

 

A. G. (Ufficio Stampa TropeaFestival)