«Gioviale, empatico, generoso. Così era Paolo Borsellino. Un magistrato, un uomo, che non si risparmiava mai nel lavoro come nella vita». Pietro Grasso descrive così il giudice palermitano, ucciso dalla mafia nella strage di via Amelio nel 1992, in occasione della presentazione del suo libro “Paolo Borsellino parla ai ragazzi” (Feltrinelli 2020) avvenuta questa mattina nell’ambito della giornata inaugurale della nona edizione del Festival Leggere&Scrivere di Vibo Valentia. 

Intervistato dal giornalista de La Gazzetta del Sud Arcangelo Badolati, il senatore, già presidente dell’assemblea di Palazzo Madama ed ex magistrato, ha tratteggiato, davanti agli attenti studenti delle scuole superiori vibonesi, il profilo del giudice, il suo rapporto con Giovanni Falcone, il Maxiprocesso e i suoi retroscena, nonché la sua personale esperienza nel pool antimafia in quella stagione entrata a pieno titolo nella storia italiana.

Pietro Grasso ricorda Falcone e Borsellino al Festival Leggere&Scrivere: «Se fossero ancora vivi, l’Italia sarebbe un Paese migliore» 1

Arcangelo Badolati e Pietro Grasso

Una testimonianza civile per le nuove generazioni, introdotta nel volume dalla prefazione di Pif, dedicata ai ragazzi per andare oltre lo stereotipo dell’eroe e scoprire chi fossero realmente quegli uomini coraggiosi che pagarono con la vita il loro impegno contro la mafia.

«Borsellino fu il primo ad offrirmi la sua collaborazione quando mi trovai a studiare le carte del Maxiprocesso – ha detto Grasso -. Mi diede i suoi appunti con tutti i riferimenti per trovare ciò che cercavo tra montagne di faldoni. Mi rese il lavoro molto più facile. “È pronto l’esplosivo per me”, mi disse una volta che c’incontrammo a Roma. In quel momento ho avuto la consapevolezza che andava incontro alla morte sapendo che la sua sorte era già segnata, come un destino al quale non ci si può sottrarre. Questo è bene farlo sapere ai ragazzi affinché comprendano il senso di quel sacrificio, fatto non da eroi ma da persone normali che hanno creduto nelle loro idee fino al punto di rimetterci la vita».

Dall’analisi di Grasso emerge la figura di un magistrato dalla grande umanità ma al tempo stesso rigoroso, protagonista, con Giovanni Falcone, di una delle pagine più importanti della storia della giustizia italiana. «Il Maxiprocesso fu un banco di prova superato – ha spiegato Grasso -. Lo Stato in tutte le sue componenti portò i risultati sperati ma nessuno si aspettava che quel processo avesse quel successo con 19 ergastoli e migliaia di anni di carcere. Da quel momento, però, quello che doveva essere l’avvio di un percorso nuovo, suscitò una dura reazione contro quei magistrati che ne furono protagonisti. A volte – ha aggiunto – ho la sindrome del sopravvissuto, perché le persone in trincea accanto a me sono state colpite e spesso ho provato un grande senso di colpa perché le stragi sono state la conseguenza del successo del Maxiprocesso. Beh se non ci fosse stato tutto quello, se io non avessi collaborato a quel successo, forse loro sarebbero ancora vivi. Questo è terribile ma mi faccio forza razionalizzando perché, conoscendoli, so che non avrebbero mai smesso mai di fare ciò che hanno fatto. Tuttavia resto convinto che se Falcone e Borsellino non fossero stati uccisi, oggi avremmo un’Italia migliore».