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Un eco è un suono di sottofondo. Che oltrepassa il tempo, le distanze, le persone. Massimo Zamboni, con “L’eco di uno sparo”, edito Einaudi, affronta la storia dolorosa della sua famiglia. Ospite al TF Leggere&Scrivere, l’autore parte dal febbraio del 1944 quando Ulisse, squadrista e membro di un direttorio del fascio, viene colpito alle spalle. Diciassette anni dopo, un’altra pallottola uccide il partigiano che sparò quel giorno. Ad impugnare l’arma, inspiegabilmente, un compagno corresponsabile dell’uccisione di Zamboni. Un viaggio a ritroso, tra fonti storiche e testimonianze inedite, per consegnare al pubblico “Non un romanzo, e neanche un saggio. Piuttosto un cantico delle creature emiliane”. L’aver scavato nella storia ha consentito di avere una visione più ampia degli avvenimenti riguardanti i rapporti tra le due fazioni: “C’erano i partigiani, c’erano i fascisti; ma c’erano soprattutto uomini”. Errori, azioni eroiche, che tratteggiano l’immagine di un’Italia in cui continuano a mescolarsi soprusi e vendette: “Mio nonno- ha quindi spiegato Zamboni – ha dedicato la sua vita alla fede, alla volontà di salvare il suo Paese dalla dittatura del proletariato e difendere i suoi possedimenti. Ma come tutti, fu carne da macello”. Una riflessione su una delle pagine di storia italiana più confuse. Vicende lontane e quanto mai attuali che, una volta rispolverate, riscrivono quello che davvero accadde nel conflitto fratricida più sanguinolento dell’era moderna.