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UNA REGIONE PER LEGGERE

Una Regione per Leggere, ma anche una ragione per leggere, in altre parole come far leggere di più i calabresi, i quali, pur non ultimi nelle statistiche sulla lettura in Italia, arrancano ancora con circa 12 punti percentuali in meno rispetto alla non troppo esaltante media nazionale.

Nessun dubbio che in questi dati sia nascosta una delle principali cause del ritardo, dell’arretratezza e del deficit di democrazia che ancora penalizzano la Calabria.

Scontato quindi che un festival denominato Leggere e Scrivere abbia deciso di dedicare una delle sue sezioni alle politiche di promozione della lettura, per analizzare le cause e i rimedi della disaffezione culturale e proporre una maggiore attenzione ai presidi del libro, intesi come editoria, librerie indipendenti e soprattutto biblioteche pubbliche multimediali.

Si ritiene, difatti, che le biblioteche, pur investite dalla crisi economica, dalla contrazione della spesa pubblica e da un’impetuosa rivoluzione tecnologica nel settore dei media e del libro, rimangano un baluardo insostituibile per promuovere lettura, cultura e socialità.

Pur essendo fuori discussione la centralità della scuola quale principale strumento di acculturazione e, quindi anche di apprendimento dell’abitudine alla lettura, è innegabile che la modernità contemporanea abbia come principale caratteristica un continuo rapido mutare del quadro culturale e dei processi produttivi; una situazione rispetto alla quale, per restare al passo con i tempi, tutti gli individui hanno la necessità di ricorrere a forme sempre più accentuate di acculturazione continua, per tutto l’arco della vita.

Molti studiosi ritengono che le biblioteche moderne, intese come luoghi di animazione del libro in tutte le sue forme e di attività culturali, fornite di strumentazione informatica e spazi di apprendimento, possano diventare il luogo privilegiato della nuova educazione permanente.

Una sollecitazione questa che si spera possa essere acquisita anche in Calabria, regione storicamente poco attrezzata ad affrontare le grandi sfide della modernità.

Allo stesso tempo si discuterà di ebook, della loro diffusione e di come questa nuova tecnologia potrà servire per incrementare il numero di lettori. Su questi temi discuteranno i maggiori studiosi italiani.

Nei cinque giorni del festival saranno anche presentati nuovi strumenti di cooperazione per le biblioteche calabresi: un portale web 2 che sarà il punto di riferimento per accedere alle informazioni bibliografiche su una base dati di circa 1,5 milioni di titoli, ai servizi di prestito, a una piattaforma per la distribuzione degli ebook, a spazi per far conoscere i loro servizi e le loro attività.

Poiché non di sola teoria vive un festival, la sezione sarà animata anche da numerosi importanti intellettuali italiani  che, forti della loro originalità, affronteranno argomenti inerenti l’immagine e la cultura della nostra regione, la sua tradizione letteraria, il modo in cui è stata raccontata con le sue bellezze e i suoi problemi d’incuria e abbandono.

 

 

CARTA CANTA

La relazione tra musica e parola è in massima parte la storia di un fallimento, una esposizione reticente e mendace, fatta di incomprensioni e ossessioni, di iterazioni e illuminazioni, dove il caso e la necessità giocano un ruolo fondamentale, dandosi valore e senso reciprocamente;  la musica consuma le parole e le parole consumano la musica, il senso e la forma; le trame si sfilacciano, e si slabbrano per ricomporsi in disegni nuovi dove un canto d’amore diventa canto di lavoro e un lamento di sopraffazione e disperazione diventa inno di libertà.

Da sempre il mondo della Musica ha cercato di tradurre, attraverso la matematica delle note e la geometria degli accordi, le impressioni che la parola, e la parola scritta in particolare, hanno fissato nello sforzo di decifrare la realtà per comunicarla e tramandarla; ogni canzone, ogni frammento di musica è, insieme, il racconto di un tentativo e la cronaca di una caduta, dove vaghezza e precisione si rincorrono in un rondò di richiami riflettendosi, gioco di specchi abissale, l’una nell’altra.

CARTA CANTA  è lo spazio dedicato a quei dialoghi, i dialoghi riusciti e quelli mancati ( è nella mancanza che crescono le cose, c’è bisogno di un buco nella terra, e un buco è una mancanza, un’assenza, perché nel seme si faccia spazio la vita) , nel desiderio frustrato (ma non meno vivo) di dare vaghezza alla precisione e misura all’astrazione, per riconoscere, misurare e allargare il proprio intimo orizzonte della realtà.

Se nel prologo del vangelo di Giovanni ,probabilmente l’incipit più famoso della Storia dell’Umanità (incipit di tutti gli incipit), “in principio era il Logos”, che noi tradurremo con “Verbo”, nel mondo della musica in principio è phoné, il suono, la voce cantata: CARTA CANTA vuole indagare il fitto sistema di segni che ingombrano il sentiero che dalla tradizione porta al tradimento(e cioè alla scoperta e all’innovazione) attraverso la pratica della traduzione (comunicare significa tradurre); è nella radice comune “tradere” (che significa portare, condurre a) che si sviluppano i percorsi e le suggestioni di questa sezione, attraverso le parole degli addetti ai lavori (musicisti, scrittori, critici), per raccontare la musica e raccontare con la musica, nell’ epoca della progressiva atomizzazione e dissoluzione dei media tradizionali.

Tradizione-traduzione-tradimento: il viaggio di CARTA CANTA  parte da qui.

 

 

CALABRIA, FABBRICA DI CULTURA

In uno dei testi più brillanti, corrosivi e originali della fine del secolo scorso Guido Ceronetti, ebbe a scrivere: “facce concentrate hanno tutti i calabresi. Sembrano, pur non pensando, una nazione di filosofi” (Un viaggio in Italia, 1983).

Ceronetti, si sa, è provocatore. E cinico. E sarcastico. Altrimenti detto: è estremamente sensibile. Sensibile al bello e al suo contrario, al giusto e al suo opposto e così via. E come tutti quelli della sua specie mette in risalto le contraddizioni perché sa coglierle, perché ne resta stupito ed egualmente indifferente, perché egli stesso è contraddittorio. Proprio come la Calabria che è un luogo di contraddizioni estreme, che vivono, a volte sopravvivono, intricate e persino rigogliose in non pochi casi.

E’ una terra estrema, in senso geografico e in senso culturale. Dove tutto è presente: la neve della Sila e le spiagge quasi tropicali, le lingue vive e le lingue quasi morte (albanese, grecanico, occitano), eppure gelosamente tenute in vita da comunità sopravvissute alla storia, le straordinarie vestigia di civiltà antiche e le deturpazioni prodotte da una equivoca interpretazione di modernità e si potrebbe continuare a lungo. Ma non ve n’è motivo. Perché è già chiaro anche così.

Solo che si pone una domanda: in un contesto tanto intricato come ci si orienta? Sembrerebbe facile: il bene ed il male, il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto sono là davanti, dovrebbe essere semplice scegliere. Eppure non lo è, non sempre e non ovunque e non in qualunque momento. Come in tutte le vicende umane. Però ci si può aiutare da soli o vicendevolmente. E l’aiuto, nello scegliere davanti a fatti intricati, viene prima di tutto dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dalla curiosità e dalla ricerca. In sintesi viene dalla Cultura. E un buon modo per fare cultura, viverla, esercitarla è quello di cercarla, di produrla e di diffonderla.

Una fabbrica, anche una fabbrica di cultura, è un luogo di produzione. Ma per avere una fabbrica occorre un luogo, o più luoghi, dove mettere assieme le materie prime per costruire qualcosa di nuovo. E questo qualcosa di nuovo deve poi essere “venduto”, distribuito, reso fruibile. Ma per diventare tale deve essere “desiderato” o deve essere reso desiderabile, deve, cioé, crearsi un “mercato” oppure, se già c’è, ampliarlo renderlo più vivo e dinamico.

Ecco, in questo senso, parliamo di “Calabria, fabbrica di Cultura”. Nel senso che siamo convinti che questa terra abbia infinite materie prime e un “mercato” vasto che va ben oltre i suoi confini. Ma che dentro questi confini deve radicarsi e fiorire. La fabbrica, di cui questa manifestazione è una parte, ha cominciato a produrre e sta cercando, creando e trovando mercati e fruitori. Quelli che già conoscono la Cultura e quelli che la conoscono meno o la conoscono affatto. E’ una fabbrica che si muove, che incontra gli studenti, i curiosi, gli appassionati, che stimola gli indifferenti e che cerca di arrivare laddove e difficile arrivare.

Perché la convinzione che muove chi vuole fare “fabbrica” è una: che quello che produce è utile.

Ai filosofi che pensano e a quelli che sembrano filosofi che non pensano, ma possono farlo.

 

 

NUTRI-MENTI (cibo, culture e identità)

Nella storia della cultura occidentale Prometeo è la figura mitologica che regalò agli uomini, rubandolo ad Atena,  lo scrigno nel quale erano riposte intelligenza e memoria.

Agli uomini fece dono, pagandone estreme conseguenze, anche del fuoco; ed è proprio alla scoperta del fuoco in tutte le sue implicazioni di simboliche e materiali che si fa risalire l’inizio della civiltà come la conosciamo.

Cucinare, lavorare col fuoco, significa , da un punto di vista simbolico, sottomettere la natura, rappresentata dagli ingredienti grezzi e ridurla in cultura (il piatto finito); esiste una relazione stretta tra il processo alchemico della cucina e quello altrettanto profondo della scrittura, senza scomodare l’Indovinello Veronese (metafora della scrittura come semina, e quindi primo intervento del lavoro che piega il flusso della natura); è una relazione che va molto al di là delle mode recenti che  hanno fatto della gastronomia un argomento di successo per la promozione di libri di ricette con testimonial più o meno famosi, programmi televisivi e addirittura canali tematici con cuochi e gourmet assurti al ruolo di pop star.

Il cibo è qualcosa di semanticamente molto stratificato: è un corpo estraneo e potenzialmente nocivo che introduciamo nel nostro corpo; l’alimentazione è una delle pratiche fondamentali rivolte alla cura di sé, caratterizzanti al pari della scelta di un abbigliamento o del sistema abitativo , e costituisce una fonte di piacere e anche un modo per rivendicare e sottolineare una identità sociale e culturale.

La condivisione del cibo è un atto di relazione che mette in comunicazione immediata culture diverse e non c’è bisogno di sottolineare le forti implicazioni nelle dinamiche sociali che il dono del cibo, come ponte gettato tra noi e l’altro, ha sempre avuto.

Il cibo, oltre a essere ponte tra individui e gruppi sociali è strumento che sottolinea distanze e differenze tra culture; è un modo per rafforzare le identità di gruppo e separare e distinguere il noi dagli altri: l’alimentazione  è attualmente uno dei più importanti markers e tra i più immediatamente riconoscibili, per delimitare barriere ideologiche, etniche , politiche e sociali; in sostanza per riconoscere le culture altre allo stesso modo in cui i monili e gli oggetti di uso comune che sono sopravvissuti al logorio del tempo ci raccontano le società passate molto meglio (e resistendo di più) di altre testimonianze artistiche e culturali apparentemente più alte.

Da argomento di cui non era lecito o elegante parlare a tema principe attraverso il quale esprimere una propria idea di mondo e esistenza, il cibo è anche prosaicamente una merce e uno status symbol attraverso il quale misuriamo il livello di globalizzazione della nostra società.

Le conseguenze della globalizzazione si riverberano con forza anche nel campo delle preferenze, delle tradizioni e delle abitudini alimentari e da un punto di vista socio-antropologico si distinguono quattro filoni principali di ricerca, variamente contrapposti e intrecciati (a seconda che insistano su un carattere o su un altro): il filone della genuinità, quello etnico, quello del fast –food e quello del biologico.

Per tutte queste implicazioni, oltre che per i più immediati appigli con la Letteratura (dal Convivio dantesco al Gargantua di Rabelais al Barry Lyndon di Thackeray, la lista è infinita) abbiamo pensato di dedicare una nuova sezione del festival al cibo “Nutri-Menti” come veicolo di identità culturale, cercando di affrontare il tema , nell’ampio ventaglio di suggestioni che offre, accompagnati da personalità non banali del mondo della cultura dell’alimentazione, dell’antropologia e della filosofia, consci del ruolo sempre più centrale che un argomento un tempo considerato triviale, come quello delle tradizioni alimentari,  ha nella comprensione della società contemporanea.

Il cibo come ulteriore grimaldello per scardinare le porte del senso della realtà sempre più complessa che ci circonda, tra tradizione, storia e trasformazione.